Vincenzo De Francesco

Fotografo




Parco di Centocelle


Dopo anni di lotta per ottenere un parco di quartiere ecco cosa ne rimane.
Giace abbandonata tutta l’area di 120 ettari che agli inizi del ‘900 ospitava un aeroporto nazionale divenuto negli anni ’30 militare.
Qui i fratelli aviatori Wright collaudarono il loro Flyer per la prima volta e sperimentando la tratta Roma – Tokio che forse l’avranno fatto proprio decollare sulla pista ancora calpestabile.
Risalendo all’etimologia della denominazione topografica che hanno assegnato a questo quartiere della zona sud est di Roma, si è scoperto che intorno al VI secolo nell’età imperiale sotto questa landa desolata sorgeva una delle varie ville patrizie con tanto di piscina, terme e soprattutto stanze perché anche all’epoca la classe nobiliare era parecchio esigente. Ed è proprio così che per il numero esagerato di vani soprannominarono l’intero complesso Centum Cellae.
Dato che la storia è una materia delicata dove ognuno ne da una sua interpretazione, si dice che questo nome derivi dalle stalle dei cavalli di Diocleziano oppure dalle stanze degli schiavi della domus.
Si può subito intuire da queste poche informazioni che c’è un ricco passato, il quale non sembra interessare la collettività.
Nel quartiere sono presenti piccoli movimenti sociali che lottano invano per la salvaguardia dell’intero sito, ma dato che gli interessi sono tanti e ci sono fior di imprenditori famelici che ci vogliono speculare sopra ingrassando ulteriormente le loro tasche, si è tutti in attesa del verdetto finale da parte dell’amministrazione comunale. In ogni caso non si prospetta un lieto fine.

Gli scatti sono stati realizzati in un afoso pomeriggio d’agosto quando Roma si svuota dalla fauna cittadina.
Come in “Caro Diario” di Nanni Moretti si può ammirare ancora di più la sua bellezza, nel mio caso non sulle ali di una vespa 50 bensì su un rudere di mountain bike la cui catena cigola continuamente.
Il silenzio avvolgente, il sole che ti picchia sulla testa senza pietà e in fine la brezza leggera che ti accarezza il collo sudato, questi sono gli elementi principali che ne descrivono lo scenario.
Sopraggiunto su via Casilina all’incrocio con viale della Primavera decido di deviare per il Parco di Centocelle e concludere la mia tournée con una piacevole siesta sdraiato sul prato.
Appena addentrato dal cancello della parte meridionale fui attratto dalla situazione di solitudine che mi aveva accolto. Spingendomi a fermare qualche scena di quell’ambientazione tipica dei spaghetti western.
Come un miraggio nel deserto vidi una fontanella e già mi immaginai la scena di quando mi sarei abbeverato e reso felice il mio esofago che urlava vendetta.
Arrivato vicino alla piazzola del nasone vidi che era sparito.
Tutto completamente asciutto, ne era rimasta solo la forma per terra.
E lì pensai a quanto può arrivare la disperazione di un uomo.
Così presi la bicicletta un po’ triste ed allibito e mi accingo verso l’uscita che capita

in concomitanza con l’entrata del sottopassaggio del trenino che costeggia il parco lungo il lato di via Casilina; come volto le spalle non mi è venuto un ripensamento di lasciarne una speranza.

 




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